Pare che ieri, nel corso del Consiglio dei ministri che ha varato il Documento di finanza pubblica (Dfp), Giorgia Meloni abbia liquidato come troppo pessimista il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti. Ma a leggere il documento viene da chiedersi se non sia la premier a continuare a raccontarsi una realtà parallela. La giornata del varo del Dfp è stata preceduta dal pronunciamento di Eurostat sul deficit dello scorso anno, che ha confermato come l’Italia non esca dalla procedura per disavanzo eccessivo dopo aver superato nel 2025 la soglia del 3%. Il pessimismo di Giorgetti, del resto, è tutto nero su bianco nella relazione al Dfp, dove gli scenari oscillano dalla stagflazione alla recessione.
Il pessimismo di Giorgetti è giustificato: rischiamo dalla stagflazione alla recessione
Il titolare del Mef scrive che il contagio della crisi è per ora limitato agli indicatori finanziari e di percezione e non si è ancora propagato all’economia reale, ma avverte che i canali di trasmissione sono molteplici e che oggi è difficile prevedere entità e durata degli effetti economici del conflitto, anche per l’incognita sullo Stretto di Hormuz. Il rischio delineato è quello di una stagflazione fatta di crescita asfittica e inflazione alta. Non a caso, nel Dfp si legge che il quadro di riferimento è peggiorato rispetto allo scorso autunno e che, proprio per questo, la crescita economica è stata rivista al ribasso fino al 2028, mentre l’inflazione è stata rivista al rialzo per quest’anno e per il prossimo.
Gli scenari
Nel triennio 2027-2029 il Pil resterebbe inchiodato allo 0,6% nel 2027 (come nel 2026) e salirebbe appena allo 0,8% nei due anni successivi. Ma c’è di più. Nello scenario alternativo ipotizzato dal governo, con una situazione altamente conflittuale e un ritorno molto più lento a condizioni internazionali distese, la crescita perderebbe 0,2 punti quest’anno, 0,8 il prossimo e 0,1 nel 2028. Tradotto: il Pil 2026 scenderebbe dallo 0,6% allo 0,4%; nel 2027 l’Italia entrerebbe in recessione a -0,2%; nel 2028 si fermerebbe allo 0,7% invece dello 0,8%. Altro che ottimismo meloniano. L’uscita dalla procedura d’infrazione è prevista solo per il 2027, sempre che non arrivino altri peggioramenti.
L’Sos dell’Ocse e dell’Upb
E infatti Ocse e Upb non escludono una revisione al ribasso delle stime. Lo shock energetico causato dalla guerra, avverte l’Ocse, peserà sulla crescita nei prossimi due anni rallentando consumi, investimenti e produzione. L’organizzazione ha già tagliato allo 0,4% e allo 0,6% le stime di crescita dell’Italia per il 2026 e il 2027. Anche l’Ufficio parlamentare di bilancio, pur validando il quadro macroeconomico tendenziale del Dfp, mette in guardia su rischi fortissimi e su possibili revisioni in tempi brevi.
La rassicurazione
Di fronte a uno shock di questa portata, Giorgetti prova a rassicurare su famiglie e imprese. Ma il vero nodo politico è quello delle spese per la difesa. Se l’Italia fosse uscita dalla procedura d’infrazione avrebbe potuto attivare la clausola di salvaguardia per escludere questi investimenti dalla spesa pubblica netta. Il governo Meloni continua invece a premere sull’Europa. “Sia coraggiosa, il piano sull’energia è un passo avanti ma non sufficiente”, esorta Meloni dal consiglio informale Ue a Cipro. Ma Bruxelles per ora ha risposto picche alla richiesta di sospendere il Patto di stabilità.
Il nodo delle spese militari
E così lo stesso Giorgetti ammette che i margini di bilancio sono sempre più assottigliati, sia per il deterioramento dei conti sia per la necessità di contrastare il rincaro delle materie prime energetiche. Traduzione politica: bisognerà ridefinire le priorità e riprogrammare gli aumenti previsti in altri ambiti, difesa compresa. D’altronde anche Meloni ha ammesso che a oggi le priorità, rispetto alle spese militari, sono altre. L’Ocse avverte peraltro che questi impegni aggiungono ulteriori pressioni di spesa e che il conflitto in Medio Oriente rischia di complicare ancora di più il consolidamento dei conti, imponendo una correzione di bilancio. Da qui la richiesta del M5S: cancellare, non rinviare, gli aumenti previsti per la difesa e destinare eventuali nuove risorse, con lo scostamento di bilancio non escluso neanche dalla premier, a lavoratori, famiglie, imprese, welfare e sviluppo. Perché il punto è tutto qui: mentre Meloni minimizza (“I conti sono in ordine, semmai c’è chi ci ha lasciato debiti”, dice riferendosi al Superbonus) sono i numeri del suo stesso governo a raccontare un Paese più fragile, con meno margini e più rischi.