Mercoledì nell’Aula del Senato, nelle repliche in vista del Consiglio europeo del 15 e 16 ottobre, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha spiegato alla senatrice Alessandra Maiorino (M5S) che con la nuova legge elettorale «i cittadini scelgono» e che il leader del suo partito con queste regole a Palazzo Chigi «non ci poteva arrivare». Applausi a destra. Peccato che la regola spacciata per nuova esistesse già, e che proprio con quella regola in vigore Giuseppe Conte a Palazzo Chigi ci sia arrivato.
Lo Stabilicum, approvato in via definitiva dalla Camera l’8 ottobre con 227 sì e 164 no dopo tre voti di fiducia, e promulgato la sera dopo dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, obbliga liste e coalizioni a indicare, al deposito del contrassegno e pena l’inammissibilità, il nome che intendono proporre per la guida del governo. Assegna poi 70 deputati e 35 senatori in più a chi supera il 42 per cento in entrambe le Camere. Sotto quella soglia si torna al proporzionale puro. Cioè al sistema in cui le maggioranze si fanno dopo il voto, in Parlamento.
La regola che c’era già
Il comma 3 dell’articolo 14-bis del testo unico per l’elezione della Camera, introdotto dalla legge Calderoli nel 2005 e riproposto dal Rosatellum nel 2017, impone ai partiti di depositare insieme al contrassegno un programma con “il nome e cognome della persona da loro indicata come capo della forza politica”, e aggiunge subito che restano ferme le prerogative del Capo dello Stato fissate dall’articolo 92 della Costituzione. La novità ha ventun anni. Con quella legge si è votato il 4 marzo 2018, e il Movimento 5 Stelle si presentò con Luigi Di Maio capo politico e candidato premier, mentre Conte, che al Parlamento non era nemmeno candidato, compariva nella squadra annunciata in tv come futuro ministro.
Come ci si arrivò lo ha raccontato lo stesso Di Maio all’Espresso a luglio: lui e Matteo Salvini non trovavano un accordo, e la soluzione Conte premier nacque «davanti alla macchinetta del caffè». Il 21 maggio i leader del Movimento e della Lega portarono al Quirinale il suo nome, il 23 maggio arrivò l’incarico e il 1° giugno il giuramento. Il candidato premier indicato agli elettori finì vicepresidente del Consiglio, l’uomo che nessuno aveva trovato sul programma finì a Palazzo Chigi, e tutto si svolse dentro le regole: le stesse che Meloni mercoledì ha venduto come una conquista del suo governo.
Fatte salve le prerogative
Lo Stabilicum cambia l’etichetta, da capo della forza politica a candidato alla presidenza del Consiglio, e lascia intatta la sostanza. Basta leggerla. Durante l’esame in commissione è stata scritta la salvaguardia dell’articolo 92, che riserva al presidente della Repubblica la nomina del premier, e dell’articolo 67 che vieta il vincolo di mandato, così il testo finale porta la formula “fatte salve le prerogative del presidente della Repubblica”.
Tradotto: il nome indicato prima del voto vincola soltanto chi lo stampa sul programma e la legge introduce zero vincoli di mandato, quindi deputati e senatori restano liberi di sostenere un altro governo con un altro premier esattamente come nel 2018. Per legare davvero Palazzo Chigi alle urne servirebbe una riforma costituzionale, il premierato, approvato al Senato a giugno 2024 e da allora mai arrivato al traguardo. Nessuna legge ordinaria può riscrivere la Carta passando dalla porta di servizio.
Restano due ipotesi, e lusinghiere non lo sono. O la presidente del Consiglio ignora come funziona la legge che ha blindato a colpi di fiducia oppure lo sa benissimo e conta sul fatto che, secondo un sondaggio pubblicato da Quotidiano.net l’8 ottobre, appena il 24 per cento degli italiani dichiara di conoscerne bene i contenuti. Mercoledì, a giudicare dagli applausi, nel restante 76 per cento sedeva anche buona parte della sua maggioranza.