Pd, la fuga in calendario sul ddl Antisemitismo. Tra astensione, no annunciato, assenza e rinvio: dai dem quattro posture in sette mesi

Sei senatori per il sì, cinque deputati contro il no, Fiano sulla porta: il voto slitta a novembre e la destra contingenta i tempi

Pd, la fuga in calendario sul ddl Antisemitismo. Tra astensione, no annunciato, assenza e rinvio: dai dem quattro posture in sette mesi

Per non contarsi in Aula, il Partito democratico ha chiesto alla destra di spostare a novembre il voto della Camera sul ddl Antisemitismo e la destra ha accettato volentieri, perché con la discussione generale già chiusa l’esame avrà i tempi contingentati e l’opposizione parlerà a cronometro. Secondo i ben informati  la richiesta serviva a evitare il clamore vicino al 7 ottobre e a mettere una toppa alle spaccature. Ma la toppa costa cara, eccome.

In undici mesi il Pd ha provato tutte le posizioni disponibili tranne una scelta. Il 20 novembre 2025 il senatore Graziano Delrio ha depositato un suo ddl fondato sulla definizione dell’Ihra, l’International Holocaust Remembrance Alliance, e a dicembre il capogruppo al Senato Francesco Boccia lo ha declassato a iniziativa presa “a titolo personale”. Il partito ha risposto con un testo affidato ad Andrea Giorgis, allargato a ogni forma di odio razziale e religioso, che cinque senatori riformisti hanno lasciato senza firma.

Il 4 marzo 2026 il Senato ha approvato il testo del leghista Massimiliano Romeo con 105 sì, 24 no e 21 astenuti: il gruppo dem si è astenuto, e sei senatori, Delrio con Alfredo Bazoli, Pier Ferdinando Casini, Filippo Sensi, Walter Verini e Sandra Zampa, hanno votato con la destra. Il 22 settembre Elly Schlein ha annunciato il no se la maggioranza non cambierà quella che chiama la «definizione divisiva», e otto giorni dopo, in commissione Affari costituzionali, i dem sono rimasti fuori dal voto sul mandato al relatore, che è passato lo stesso. Astensione, no annunciato, assenza e rinvio: quattro posture in sette mesi. Nessuna linea.

Cinque nomi e una porta

Anche alla Camera la faglia ha nomi e cognomi. Lorenzo Guerini, Lia Quartapelle, Virginio Merola, Nicola Carè e Piero Fassino hanno già escluso il no. Restano da decidere il sì o l’astensione. Sul fronte opposto Laura Boldrini guida chi pretende un no netto. L’ex deputato Emanuele Fiano, presidente di Sinistra per Israele, ha consegnato al Foglio la sua condizione: se il no verrà confermato, per lui sarà “un confine invalicabile”.

Poi, il 28 settembre, è arrivata Liliana Segre con un appello all’unanimità e un aggettivo rivelatore: se serve, ha scritto, si faccia una “inessenziale modifica” per ribadire che Israele si può criticare come qualsiasi altro Stato. Per la senatrice a vita quella clausola cambia poco, per la segreteria dem è la condizione del sì e la distanza fra le due letture misura il vuoto. Il testo però è blindato, anche perché la maggioranza non vuole togliersi la soddisfazione di vedere il partito di Schlein andare per l’ennesima volta in tilt. Nessuno della sessantina di emendamenti d’Aula porta la firma della maggioranza, e l’unica apertura evocata a destra, un ordine del giorno ipotizzato dal forzista Nazario Pagano, lascerebbe intatta ogni virgola della legge.

La definizione già firmata

Resta un dettaglio che al Nazareno preferiscono lasciare in un cassetto: la definizione dell’Ihra l’ha accolta il Consiglio dei ministri del 17 gennaio 2020, governo Conte II, con il Pd al governo insieme al Movimento 5 Stelle. Allora era un indirizzo politico, mentre oggi diventa legge con i suoi indicatori, ed è una differenza seria che il partito poteva spiegare, solo che il passaggio dall’astensione al no avrebbe bisogno di chiarezza. Poi c’è un paradosso di regolamento: al Senato gli astenuti pesano come contrari, alla Camera no, e il Pd ha scelto la formula morbida proprio lì dove valeva un no e il no secco dove l’astensione sarebbe rimasta neutra.

Il copione di novembre si legge già, a meno che la maggioranza conceda proprio la clausola che finora ha negato: il no del gruppo, cinque riformisti fra il sì e l’astensione, Fiano sulla porta e la destra pronta a sventolare il voto come prova di una sinistra ostaggio di sé stessa. La segreteria di Schlein ha chiesto tempo per trovare una sintesi ma per ora ha ottenuto soltanto meno minuti per parlare.