Putin e Trump contro Zelensky: “È lui l’ostacolo alla pace”

La fine delle ostilità in Ucraina resta un miraggio e per Putin e Trump la colpa è di “Zelensky che ostacola la pace”

Putin e Trump contro Zelensky: “È lui l’ostacolo alla pace”

Il problema per la pace in Ucraina è Volodymyr Zelensky. Questa è la tesi sostenuta nel weekend da Donald Trump, che ha auspicato un cambio al vertice dell’ex repubblica sovietica e ha di fatto lasciato Kiev al proprio destino, e che oggi trova il pieno appoggio di Vladimir Putin. Così, mentre l’Unione europea continua a rifornire di armi l’Ucraina e la Nato alza i toni, dicendosi pronta a rispondere ad eventuali attacchi russi, la fine delle ostilità sembra ancora un miraggio.

La tregua di Trump che nessuno vuole

Proprio ieri, a riprova dello stallo diplomatico, il Cremlino non ha confermato l’esistenza della “tregua energetica” annunciata da Trump nel weekend, che avrebbe dovuto prevedere la fine dei raid russi contro le centrali elettriche ucraine in cambio dello stop agli attacchi di Kiev contro le raffinerie russe. Un accordo che il tycoon dava per fatto, malgrado Zelensky abbia dichiarato di non saperne nulla, pur dicendosi disponibile ad accettare una tregua energetica reciproca. Il presidente ucraino ha inoltre proposto un cessate il fuoco della durata di 60 giorni, per consentire anche lo svolgimento di nuove elezioni. Anche Mosca, tuttavia, non aveva confermato l’intesa.

Il Cremlino ha ribadito di non volere una semplice tregua, ma una pace duratura. Come riporta Axios, “Trump sembra cercare di far sì che una tregua parziale diventi realtà facendo leva sulla sua volontà. Per il momento, però, la Russia non ha accettato alcuna forma di cessate il fuoco, mentre l’Ucraina ne chiede una che vieti gli attacchi alle centrali elettriche”. A spiegare le ragioni della posizione di Mosca è il portavoce del Cremlino, Dmitrij Peskov, secondo cui “Zelensky non ha finora dimostrato la volontà politica necessaria per porre fine alla guerra con la Russia e deve assumersi la responsabilità di prendere decisioni difficili per arrivare a una soluzione negoziata”.

Peskov ha poi aggiunto che Trump ha ragione nel dire che sia arrivato il momento di avere un nuovo leader a Kiev, “perché il presidente dell’Ucraina deve prendere decisioni molto importanti e molto difficili per fermare questa guerra”. Il portavoce del Cremlino ha infine ribadito che Mosca “non vuole una semplice tregua, ma una pace duratura e che è pronta a fare tutto il possibile per conseguirla”.

Ancora più esplicito il ministro degli Esteri russo, Sergey Lavrov, secondo il quale il leader ucraino “non credo si sia meritato una tregua. Non ci lasceremo ingannare di nuovo da rassicurazioni e promesse. Il presidente Vladimir Putin lo ha chiarito molto bene”. Lavrov ha poi sottolineato che “continueremo a perseguire gli obiettivi dell’operazione militare speciale”, che, a suo dire, la Russia “non ha mai cambiato, a differenza dei voltafaccia e delle deviazioni di Zelensky e dei suoi alleati europei”.

La posizione di Kiev

Insomma, Trump e Putin, almeno a parole, sembrano voler chiudere il conflitto, ma a impedirlo sarebbe il leader di Kiev, che pone condizioni considerate irricevibili dal Cremlino. A sostegno di questa tesi, come fatto notare da Mosca, Zelensky, anche davanti a questa bozza di accordo, si è detto disponibile a una tregua energetica reciproca, ma ha anche chiesto un cessate il fuoco della durata di 60 giorni.

Secondo Mosca, un periodo del genere potrebbe essere utilizzato dal leader ucraino per rimpinguare gli armamenti, soprattutto con l’aiuto dei Paesi dell’Unione europea, anziché per portare realmente il Paese alle elezioni. Si tratta, comè intuibile, di una valutazione del Cremlino che, però, dimostra la diffidenza ormai incolmabile con il leader ucraino.

La Nato alza il tiro: “Se attaccati, ci difenderemo”

Con il disimpegno americano che appare ormai definitivo, anche se con Trump non si può mai sapere, la patata bollente passa all’Unione europea e alla Nato che, al contrario, sostengono di voler difendere l’Ucraina fino a quando sarà necessario. Una posizione muscolare che, in tempi come questi, dovrebbe essere accompagnata almeno da tentativi diplomatici per cercare di porre fine al conflitto, anziché rischiare di allargarlo.

In tal senso, non possono che destare preoccupazione le parole del comandante supremo delle forze alleate della Nato in Europa, Alexus G. Grynkewich, secondo cui “in caso di attacco, siamo pronti a combattere immediatamente, ma non per questo abbassiamo la guardia: continueremo a prepararci e ad addestrarci ogni singolo giorno, diventando sempre più pronti”. “Prepararsi a combattere secondo questa teoria della vittoria significa”, ha spiegato il comandante, “innanzitutto vincere in fase difensiva”, perché “dimostrare la nostra prontezza è fondamentale anche per prevenire i conflitti”, secondo il principio della “deterrenza”.