Pena di morte, l’esecuzione fallisce: Christa Pike sopravvive a due iniezioni letali e riapre il dibattito su questa brutale pratica

Pena di morte, l'esecuzione fallisce: Christa Pike sopravvive a due iniezioni letali e riapre il dibattito su questa brutale pratica

Pena di morte, l’esecuzione fallisce: Christa Pike sopravvive a due iniezioni letali e riapre il dibattito su questa brutale pratica

Dopo essere stata condannata a morte in Tennessee, negli Usa, per l’omicidio di una diciannovenne nel lontano 1995, l’esecuzione di Christa Pike si è trasformata in una tragedia nella tragedia. Questa notte alla donna è stata somministrata un’iniezione letale con il farmaco pentobarbital, risultata inefficace. Così, in una scena degna di un film horror, il personale statunitense ha somministrato una seconda dose dello stesso medicinale, ma, seppur agonizzante, Pike è sopravvissuta.

A quel punto l’esecuzione è stata interrotta e la donna è stata portata in ospedale. Una vicenda che ha rapidamente fatto il giro del mondo e che ha spinto il governatore Bill Lee a ordinare un’indagine indipendente e a decidere la sospensione delle altre esecuzioni previste nello Stato per il resto dell’anno.

L’esecuzione fallita di Pike

Stando a quanto riportano i media americani, l’esecuzione, inizialmente prevista alle 10 del mattino, ora locale, era stata sospesa poco prima da una corte federale d’appello, che aveva chiesto tempo per esaminare un nuovo ricorso della difesa. Di fronte a questa decisione, il Tennessee si è subito rivolto alla Corte Suprema degli Stati Uniti, che nel giro di poche ore ha annullato lo stop e autorizzato lo Stato a procedere.

A quel punto, superati gli ostacoli legali, l’esecuzione della pena capitale è iniziata all’interno del carcere di massima sicurezza Riverbend di Nashville. Qui, davanti ai giornalisti ammessi come testimoni, è stato somministrato il pentobarbital a Pike che, legata al lettino, alle 19.27 risultava ancora cosciente. Davanti agli increduli giornalisti, la donna ha perfino sollevato la testa per chiedere agli operatori se fosse normale sentire dolore al braccio. Dopo un’ora, con le due iniezioni già effettuate, Pike non aveva perso definitivamente conoscenza e, sempre secondo i cronisti, aveva iniziato a russare.

La pena di morte nel mondo

Quanto accaduto in Tennessee riporta al centro dell’attenzione il tema della pena di morte, una pratica che continua a essere applicata in diversi Paesi del mondo. Stando all’ultimo report annuale di Amnesty International sulla pena di morte nel mondo, pubblicato il 18 maggio scorso, “nel 2025 le esecuzioni hanno raggiunto il numero più alto dal 1981: 2707 persone sono state messe a morte in 17 Stati”.

Insomma, le esecuzioni capitali non sono affatto terminate e, al contrario, hanno raggiunto livelli record. Lo stesso report sostiene che l’allarmante dato registrato “è da imputare a pochi governi determinati a imporre il proprio potere con il terrore. Le autorità iraniane, le maggiori responsabili dell’impennata di esecuzioni, hanno messo a morte almeno 2159 persone, oltre il doppio del 2024. In Arabia Saudita le esecuzioni sono salite ad almeno 356, grazie soprattutto all’aumentato uso della pena di morte per reati di droga. In Kuwait le esecuzioni sono triplicate (da sei a 17), in Egitto quasi raddoppiate (da 13 a 23) e lo stesso è accaduto a Singapore (da nove a 17) e negli Usa (da 25 a 47)”.

Dati alla mano, sempre in riferimento al 2025, “le esecuzioni sono cresciute del 78 per cento rispetto alle almeno 1518 del 2024”. Inoltre, “il totale dell’anno scorso non tiene conto delle migliaia di esecuzioni che Amnesty International ritiene continuino ad aver luogo in Cina, lo Stato che resta pertanto in testa alla classifica mondiale della pena di morte”.

Fortunatamente, sempre secondo l’organizzazione internazionale, “a fronte dell’aumento delle esecuzioni, queste sono rimaste appannaggio di un’isolata minoranza di Stati: Arabia Saudita, Cina, Corea del Nord, Egitto, Iran, Iraq, Somalia, Usa, Vietnam e Yemen sono gli stessi dieci Stati che hanno eseguito condanne a morte consecutivamente negli ultimi cinque anni e che hanno esibito un costante disprezzo per le garanzie stabilite dagli standard e dalle norme del diritto internazionale dei diritti umani”.

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