Ritrovata l’unità sul Documento programmatico di finanza pubblica e contro il riarmo, il campo largo torna subito a dividersi. Tanto per cambiare, sull’Ucraina. Domani non ci sarà, quasi certamente, una risoluzione unitaria in vista del Consiglio europeo. E non ci sarà perché le posizioni, soprattutto tra Movimento 5 Stelle e Pd, restano distanti.
Da una parte c’è Giuseppe Conte, leader pentastellato, che ancora spera in una convergenza: “In queste ore stiamo lavorando anche per la risoluzione per domani, confido che si possa” ritrovare l’unità “e spero che anche il passaggio del conflitto in Ucraina possa compattare tutte le opposizioni”. Dall’altra c’è il Pd, invece, che chiede venga rispettata la sua identità.
Armi all’Ucraina, il campo largo ancora diviso tra Conte e il Pd
Conte, da canto suo, ha ribadito con convinzione la linea sulla guerra tra Russia e Ucraina: “In Ucraina abbiamo sperimentato, ormai sono quattro anni e mezzo, la ricetta che c’è stata proposta dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna. Quella ricetta non ha funzionato perché abbiamo avuto solo morti, distruzioni e una prospettiva di una ricostruzione del paese che è in grandissima sofferenza. Una ricostruzione di cui ci dovremo fare carico noi”.
Per Conte la ricetta è un’altra e prevede sanzioni per sostenere Kiev, ma ritenendo “che il modo migliore per sostenerla sia impegnarsi in un negoziato che qui nessuno vuol fare”. La risposta del Pd arriva per voce del capogruppo al Senato, Francesco Boccia: “Sulla politica estera e sul Consiglio europeo – afferma – è giusto che ciascun partito esprima le proprie posizioni, anche alla luce delle diverse appartenenze alle famiglie politiche europee”.
Ma Boccia non manca di rispondere direttamente a Conte, sostenendo che si può arrivare a una posizione condivisa “nel programma comune”, trovando “una sintesi politica delle diverse sensibilità europee, senza pretendere di cancellarne le identità. Il rispetto delle differenze non è un ostacolo all’unità, ma la condizione per renderla più solida e credibile”. Il capogruppo al Senato ribadisce così la linea del Pd, timida sullo stop alle armi all’Ucraina, soprattutto perché incalzati dai riformisti per i quali gli aiuti militari a Kiev restano una linea “invalicabile”.